lunedì 21 dicembre 2015

BASTA



Ci sono persone che dicono delle parole, io credo alle loro parole.
Queste stesse persone con il cervello pensano il contrario di quello che stanno dicendo.
Io non lo capisco in quel momento, ma avverto un malessere.
Queste stesse persone poi ti vedono che stai male perché il malessere ti è entrato nel sangue e ti ammali, oppure semplicemente sei angustiata, così ti chiedono ripetutamente: Come stai? Come stai? Come stai?
Allora io rispondo sinceramente: Sto un po' male.
Queste stesse persone allora vogliono sapere perché stai male. Continuano a chiederti: Perché? Perché? Ma perché stai male?
Tu inizialmente non lo sai il perché, allora cerchi nella tua mente il perché, cerchi negli episodi accaduti e dici: Forse per questo o per quello.

Queste persone quando torni a stare bene ricordano tutto quello che avevi detto.
Tu l'hai dimenticato.

Queste persone sono sempre molto attente a quello che dici, a quello che fai, a come ti comporti. Vogliono sapere tante cose di te, della tua vita, ti vogliono sempre aiutare.
Fanno e dicono cose terribili, ma sorridono sempre, dicono cose "per il tuo bene".
Dicono che per te loro ci sono sempre, che quando hai bisogno le puoi chiamare.
Quando hai bisogno hanno sempre un impegno.

Ogni tanto si sbagliano e fanno qualche cosa evidentemente malevola o che svela la loro natura estremamente egoista e così io mi arrabbio e in un impeto di rabbia e lucidità vedo anche tutto il resto e comincio ad elencare con rabbia tutte le ingiustizie ricevute.
Dopo penso: Adesso cambieranno e non mi parleranno più, oppure si dimostreranno arrabbiate. E invece, come se nulla fosse stato, tutto torna esattamente come prima, grandi sorrisi, grande disponibilità ad aiutarti ancora, sorrisi e gentilezze... e ancora: Come stai?

Queste persone amano molto occuparsi di persone in difficoltà, persone sole, persone che soffrono.
Spesso sperano che io stia male per potermi aiutare.








martedì 15 dicembre 2015

ELIA



Ad un certo punto è nato mio figlio!
Tutto è cambiato da allora.
Per spiegare questo evento che ha cambiato tutta la mia vita pubblico qui sotto il testo di un libricino che ho scritto per lui e che gli ho regalato per il suo settimo compleanno.
Questa storia racconta molto bene tutto ciò che è successo e che continua a succedere.

ELIA


Un giorno, quando ero bambina, sono andata in bagno mi sono guardata allo specchio e mi sono data un appuntamento, mi sono detta “fra vent’anni ci vediamo allo specchio e tu mi vedrai come sono adesso e io ti vedrò come sarai diventata”.
Da grande mi sono guardata allo specchio e ho visto com’ero, così ho deciso che era proprio il momento di fare arrivare il mio bambino.

Il mio bambino mi ha detto che lui è sempre esistito, lui era con me anche prima, ma io non lo vedevo perché era piccolissimo, si nascondeva sotto il divano. Forse un po’ io sapevo che era in casa perché a volte gli parlavo e dicevo “ma quando entri nella mia pancia? Sono stanca di aspettare”, ma forse lui aveva altro da fare in quei giorni e non aveva molta voglia di chiudersi per nove mesi dentro la mia pancia.

Io desideravo tanto che arrivasse allora una notte ho sognato che avevo una perla bellissima, il giorno dopo con la mia bicicletta sono andata in piazza dove c’era un gioielliere e ho comperato una perla che ho attaccato a una catenina e ho portato al collo.
Il mio bambino mi ha raccontato che mentre dormivo mi è entrato nel naso e da lì poi è arrivato fino alla pancia.
Dopo qualche giorno ho vomitato molto e ho pensato di aver mangiato uno yogurt avariato ma invece ero incinta. Da quel momento mi è sembrato tutto diverso, non ho più capito niente, ero felice più di tutti e tutto brillava e luccicava.

Il mio bambino dice che prima di me aveva una mamma molto cattiva con i capelli neri.
Non so bene cosa pensare.

A un certo punto nella pancia mi sembrava di avere un pesciolino che nuotava, e l’odore della pizza mi faceva vomitare, eppure facevo la cameriera nella pizzeria di mio papà.
Un giorno alla televisione ho visto Alien e mi sono molto impressionata.

Quando la mia pancia era cresciuta ho letto su un libro che il mio bambino poteva sentire i suoni così lo portavo a sentire vari concerti perché così poteva ascoltare un po’ di musica altrimenti che noia nove mesi in silenzio.
Così in quel periodo avevo quattro orecchie: due sulla testa e due nella pancia.

Di notte spesso lo sognavo e mi ricordo un sogno dove mi veniva a trovare la mia amica Donatella, il mio bambino era già nato ma era piccolissimo, come il dito di una mano, era sul letto e la Donatella si sedeva e lo schiacciava io mi disperavo ma poi non si era fatto niente.

Una notte ho sentito che stava per nascere allora ho svegliato il suo papà e tremavo così tanto che quasi si muoveva il letto. Siamo corsi all’ospedale e non sto qui a spiegare bene come, ma il mio bambino è nato.

L’ho chiamato Elia, come uno scrittore che amo tanto.

Mi hanno portata nel mio letto ma Elia stava facendo la visita di controllo e non me lo portavano mai, e io chiedevo a tutti “quando mi portate il mio bambino?” L’ho chiesto tantissime volte, finché un’infermiera è entrata con un bambino me l’ha dato in braccio e io non ho potuto più credere e pensare ad altro che a lui. Ci siamo guardati negli occhi e io ero meravigliata di aver fatto un bambino così bello. La sua testa era molto rotonda e io e il suo papà lo chiamavamo pisellino come il figlio di Olivia di Braccio di ferro.

Quando sono tornata a casa dall’ospedale me lo hanno dato e pensavo che fosse incredibile il fatto che questa cosa meravigliosa la potessi portare a casa con me, gratis, era mio, era il mio bambino.

Elia ha cominciato a parlare molto presto e le maestre dell’asilo nido mi dicevano che era un bambino speciale che avrebbe fatto grandi cose, ma io già lo sapevo che era un bambino speciale e un giorno ho scritto una storiella su di lui che si intitola “Bambino Magico” che adesso trascrivo:

BAMBINO MAGICO

Conosco un bambino che è magico, ha gli occhi rosa, perché è innamorato.
Mi ha raccontato che prima non aveva le mani, poi le ha comprate, ha scelto le più belle, le più bianche, le ha pagate cento mila lire. Questo bambino fa delle magie molto grandi a volte quando mi guarda negli occhi succede una magia.
Una grossa magia è che lui sa volare e a volte mi dice “Su dai, sali, vola con me nel mio nido”
Lui mi ha raccontato che è un pittore, un Placerias pittore, la sua casa si chiama colore. Mi ha raccontato che dentro la sua casa c’è il suo bambino, e anche il suo bambino è pittore. Poi ha tentato di spiegarmi che c’è un colore che è diverso, è liscio, e ha aggiunto “sentirai come è liscio”.
Io non capisco tutto quello che mi dice perché è troppo magico per me.

Elia quando era piccolo mi stupiva sempre con delle storie meravigliose, mi raccontava dei suoi voli, del suo nido, e un giorno mi ha detto che mi avrebbe fatta volare, mi avrebbe tagliato quelle brutte braccia che avevo e mi avrebbe attaccato le ali per volare con lui.

Ancora adesso racconta delle storie molto belle e mi fa vedere delle cose che io non vedo: palazzi che in realtà possono diventare montagne, macchine che possono diventare dinosauri, e molte altre cose.
A volte litighiamo molto, ma io so che poi tutto tornerà come prima.

L’atro giorno mi ha detto che da grande farà lo scrittore.
Un giorno siamo rimasti chiusi fuori di casa ci siamo seduti sul gradino del portone a parlare e Meo ha tentato di scappare allora lui ha inventato un titolo per un racconto “Il gatto fuori dal cortile” e poi ha detto “dalle cose più banali possono nascere dei racconti”.
Un giorno invece io e Andrea eravamo in cucina a preparare da mangiare lui è entrato e ci ha detto “ho inventato una barzelletta” adesso la scrivo:
“Una donna sposa uno scheletro, lo scheletro dice alla moglie io farò tutto quello che vuoi ma l’unica cosa che ti chiedo è di non prendere mai un cane”.

Questo libricino che ho scritto è per te mio bambino adorato, ho scritto le cose più belle che ricordo, ma sono solo alcune, perché altrimenti avrei dovuto scrivere un libro molto grosso.
Ho pensato di farti questo regalo per farti sapere che il 2 ottobre del 1997 è stato il giorno più bello della mia vita perché sei nato tu, per farti sapere che sei la persona più speciale della mia vita, e poi così non ci dimentichiamo alcune cose che ogni tanto ci raccontiamo, un po’ come l’uomo dentro al tunnel del vento con una bocca molto grossa che ci fa sempre ridere.
Questo libricino serve anche per ricordarti che la cosa più importante è che sei una persona speciale e non devi mai cercare di essere diverso da quello che sei, e che io sarò sempre pronta ad aiutarti anche se sono una mamma un po’ pasticciona.
Ti voglio tanto bene

La tua mamma pasticciona



venerdì 20 novembre 2015

Contatto


















Ad un certo punto io e le mie due colleghe abbiamo deciso di licenziarci dal Teatro Due e di creare una agenzia di comunicazione.
L'abbiamo chiamata Contatto e il simbolo era una mano aperta.
Eravamo in tre, io mi occupavo della parte creativa e della parte grafica, MG e S. si occupavano dell'ufficio stampa, dei contatti e della parte amministrativa.
Ma un po' tutte facevamo tutto.
Abbiamo trovato un ufficio molto bello in una casa di un famoso architetto, che adesso non ricordo, nella periferia di Parma, e abbiamo fatto un'inaugurazione grandiosa nel piano superiore del palazzo che ci hanno prestato per l'occasione.
Io ero felice, molto felice.

Eravamo piene di ideali, di energie, tutto ci sembrava possibile, e lo era.
Avevamo idee grandiose, non ci ponevamo nessun limite.
Era bello lavorare, non sembrava lavoro. Sceglievamo che lavori fare, con chi lavorare, come lavorare, con i tempi che ci sembravano giusti e tutto veniva sempre festeggiato, ogni incontro, ogni lavoro.
Questo stato di cose è continuato credo per circa un anno, io nel frattempo andavo avanti con mia cognata a cucire esserini e a venderli ai mercatini o agli amici.
E' stata S. che ad un certo punto ha proposto di far diventare gli esserini una parte del nostro lavoro, di fare un sito internet e provare a venderli in grande, trovare delle sarte, stampare un libro con le storie...
Era il 1997 e ancora la vendita su internet in Italia non era entrata nella vita delle persone, non esistevano i social networks e tutto era ancora abbastanza agli inizi, però cominciammo a muoverci per capire come realizzare questa cosa.
Nel frattempo avevamo realizzato un progetto a cui le mie socie tenevano particolarmente, un libro che si intitolava "I Maestri", era una raccolta di interviste a personaggi famosi, di intellettuali, di registi, attori, direttori d'orchestra...
Al libro avevamo anche allegato un CD con le musiche scritte e registrate dal mio fidanzato.
Ogni progetto che ci passava per la testa, lo facevamo partire e riuscivamo a realizzarlo.
Durante la realizzazione del libro I Maestri, cominciammo a pensare al libro sulle guaritrici, che naturalmente sarebbe partito da Dosolina e a lei sarebbe stato dedicato, infatti all'interno de I Maestri compare già un'intervista a Dosolina.



Eleide


Che dono controverso la vita.
Un dono prezioso, che porta con sé dolore, responsabilità, paure ma anche meraviglia, stupore, amore, scoperte straordinarie, morti, rinascite.
L'Eleide oggi mi ha insegnato a fare la mostarda perché è vecchia, e si sente la morte. Mi dice che il suo permesso di soggiorno sta scadendo e quindi l'anno prossimo non potrà farmi la mostarda, e la sua Lucertola non può rimanere senza!
La sua Lucertola è Andrea.
Le manca il respiro. Il cuore non funziona più bene. La vita le viene meno.
Sta disponendo le cose per il suo viaggio.
L'Eleide ha amato la vita così tanto intensamente da amarne persino la morte.
Non ha malinconia, non ha tristezza, si preoccupa che ho male alla schiena, ha paura che io stia male, mi fa ancora la pasta fatta in casa perché mi fa bene, mi prepara il pollo arrosto perché ne ho bisogno, sono pallida.
Io non riesco ancora a lasciare andare via le persone con facilità, sento anch'io la morte che le gira attorno, ma la morte è amorevole con lei. Non ci fa paura mentre parliamo delle cose che ci fanno ridere, sta seduta con noi e aspetta che io sia pronta.
"Noi non decidiamo niente, quando sarà il momento me ne devo andare, ma è un dettaglio, la cosa importante è che ci sono ancora le mele cotogne da pulire e le pere sono troppo piccole".


lunedì 12 ottobre 2015

Dosolina



Avevo 26 anni.
Nel 1996 avevo solo 26 anni.
Sono passati 20 anni.
Sapevo cosa volevo, cosa ero, cosa volevo essere. Ero così caparbia e sicura che nulla metteva in discussione la mia anima.
Dovevano succedere ancora tante cose e io non lo sapevo. Non sapevo che avrei messo in discussione tutto, persino la mia anima.
Adesso parlerò di Dosolina, la signora che viveva vicino a casa mia, la signora che quando ero piccola faceva le pulizie nel ristorante dei miei genitori, che era stata amica di mia madre quando era una ragazza e che ho visto morire quest'anno.
Dosolina era una guaritrice, con riti antichi segnava le storte, il fuoco di Sant'Antonio (chiamato anche Fuoco Sacro) le botte, il mal di pancia e il malocchio.
Questo antico potere le era stato tramandato dalla zia e quando io avevo 26 anni decise di passarlo a me, perché non aveva nessuno a cui passarlo, perché questa cosa importante non voleva portarsela nella tomba. Così a Dicembre un giorno mi ha detto che voleva passarmelo, così il giorno della Vigilia di Natale sono andata a casa sua al mattino presto a digiuno e mi ha insegnato come fare.
Io ero onorata, ma pensavo che non avrei mai segnato nessuno, non mi sentivo in grado di farlo.
Dosolina era una donna umile, gentile, mi voleva bene e mi ha fatto un grande dono, per renderle onore e per rendere onore a tutte le donne come lei dopo qualche anno ho iniziato un progetto di ricerca di donne guaritrici per realizzare un libro (di cui parlerò più avanti) il progetto è durato tantissimi anni prima di essere trasformato in un libro, io ero preoccupata che potesse morire prima che riuscissi a pubblicarlo, ma ce l'ho fatta, il giorno in cui è stato stampato sono uscita dalla tipografia e sono corsa in macchina a portarglielo, e lei mi ha detto: Grazie, adesso posso morire.
Quest'anno l'ho rivista all'ospedale, nello stesso ospedale dove era ricoverata mia madre, era molto invecchiata era triste, voleva tornare a casa, si lamentava e mi diceva: Guarda come sono ridotta.
Ogni volta che andavo da mia madre passavo anche da lei, ma sembrava sparire ogni giorno sempre di più, era magra e la sua testa non era più lucida.
Mi ha detto: Viaggia, fai tante cose, non fermarti.
Poi un giorno è morta.
Il giorno stesso una signora mi ha telefonato per farsi segnare il Fuoco di Sant'Antonio.
Io l'ho segnata ed è guarita.

giovedì 10 settembre 2015

Sogno



Stanotte ho sognato che Andrea durante la notte si sdoppiava, e da lui uscivano due persone, una molto cattiva e una passiva e buona, la persona cattiva mi inseguiva ed era orribile e voleva farmi del male, io scappavo e finivo al ristorante dei miei genitori e mio padre accudiva delle tartarughe. Poi mi sono svegliata un po' scossa, mi sono riaddormentata e ho sognato che in una notte piovosa arrivava a casa mia una donna in macchina, era una donna bionda con un caschetto, mi illuminava con i fari della macchina, io mi avvicinavo e le chiedevo chi fosse e lei mi diceva: Io sono te. Ma non mi somigliava, era diversa da me. Io dicevo: Ci mancava solo questo! Poi la facevo entrare in casa e le dicevo: Parliamo. Andrea mi chiedeva chi fosse e io gli dicevo: E' una mia amica, si chiama Simona.
Poi andavamo in cucina e lei mi diceva: Sono venuta dal passato per sapere da te le cose da evitare per non commettere errori.
Insomma per tutta la notte ho mischiato puntate di Star Trek con Terminator, il mio inconscio mi vuole dire qualcosa?

lunedì 31 agosto 2015

Livio



Era il 1996.
E' l'unica data che ricordo con precisione perché un anno dopo è nato mio figlio.
La data di nascita di mio figlio scandisce il prima e il dopo.
Come la nascita di Cristo.
Quindi dalla sua nascita in poi è stato: un anno dopo Elia o un anno prima di Elia.
Questo è stato in assoluto il più immaginifico, fertile e vitale periodo della mia vita. Tutto mi sembrava possibile e non passava giorno che non avessi idee, progetti, fame di vita.

Il mio lavoro al Teatro Due di Parma consisteva come sempre nel progettare l'immagine delle nuove produzioni teatrali e in generale tutta l'immagine del teatro, le varie stagioni, i festival.
L'ambiente teatrale è bizzarro e pieno di contraddizioni, soprattutto i teatri stabili, hanno al loro interno figure di potere che si sentono elette dal Dio dei teatri, all'interno di queste strutture si creano mostri, persone invidiose, altre sofferenti, assurdi abusi di potere, il mio lavoro però mi consentiva di restare fuori da queste dinamiche e spesso osservavo un po' sbalordita certe scenate.
Ricordo però alcune persone belle, di cui parlerò più avanti e in modo più approfondito.
Adesso devo parlare di altre cose.
Lavoravo a stretto contatto con l'ufficio stampa che era gestito da ragazze che avevano circa la mia età, mi piaceva stare con loro, ho imparato tanto da loro: come si fa un comunicato stampa, come promuovere gratuitamente un evento sui quotidiani, anche i più famosi senza spendere un centesimo, come presentare un progetto o un evento ai giornalisti per fare in modo che venga pubblicato come una notizia ecc...
Una delle ragazze, era molto in gamba e determinata, MG riusciva a contattare chiunque, diceva che nessuno è irraggiungibile e in effetti mi ha dimostrato che è vero. Lavorava con lei sua cugina, che aveva un carattere molto diverso e a me sembrava una persona bellissima, S. era dolce, pacata e gentile.
Siamo diventate amiche.
Molto amiche.
Nel giro di pochi mesi immaginavamo già di poter lavorare da sole noi tre, di aprire un'agenzia di comunicazione, però per il momento erano solo sogni.
Io come sempre andavo a Parma con la macchina e alla sera tornavo a casa.

D. continuava a lavorare dai miei genitori e a suonare la chitarra.
Io volevo un bambino, ma D. non lo voleva, diceva che era troppo presto, così sono andata al canile di Mantova e ho preso un cane. Quando sono andata al canile ho chiesto un cane mite che non desse fastidio a mia nonna e alla Eva, e mi hanno indicato un cagnolino impaurito marrone, che veniva spesso picchiato dagli altri cani e che non lo lasciavano magiare, mi hanno detto: si chiama Livio.
Io l'ho amato subito e l'ho preso, l'ho portato a casa, ha vomitato tutto il viaggio.
Livio era il cane più mite e adorabile della terra.

venerdì 28 agosto 2015

esserini



Mi risulta difficilissimo mettere in ordine temporale gli avvenimenti e credo di aver dimenticato una parte fondamentale del puzzle.
Nel periodo in cui lavoravo a Milano andavo avanti e indietro in treno, un giorno mentre viaggiavo in una sorta di dormiveglia ho avuto come un'illuminazione, nella testa mi sono arrivati gli esserini. 
Io credo davvero che siano venuti da soli, perché ero così agitata e avevo una grande frenesia da non riuscire a stare seduta. Ho immaginato qualcosa che potesse parlare all'anima delle persone, alla parte infantile delle persone. Da quel giorno ho cominciato a disegnare freneticamente e continuamente, come se dovessero uscire fuori dalla mia testa queste creature. Avevo anche studiato un sistema per disegnare senza pensiero, così mentre telefonavo o parlavo con qualcuno la mia mano continuava a disegnare. Le immagini che uscivano erano sorprendenti e diverse dal mio solito modo di disegnare.
Ma non mi bastava, volevo renderli tridimensionali, volevo che prendessero forma, che si potessero tenere in mano, così siccome in quel periodo frequentavo spesso la sorella di D. che era brava a cucire, le chiesi se aveva voglia di provare a trasformare i disegni in pupazzi di stoffa.
La sorella di D. era giovane ma brava e determinata, mi seguiva fiduciosa nel mio progetto visionario. Ricordo che fin da allora le dicevo che questa era un'idea potente e che avrebbe avuto successo, ne ero sicura.
Prendemmo i disegni e realizzammo i pupazzi esattamente come erano stati disegnati, quindi se nel disegno l'esserino era storto o senza una gamba perché finiva il foglio, veniva realizzato così. Il risultato era per me meraviglioso erano identici ai disegni! Erano come usciti dal foglio.
Erano così vivi che volevo renderli ancora più veri, volevo mettergli un cuore, un'anima, così decisi di mettergli un sasso al posto del cuore.
Tutto questo che scrivo così in poche righe, spiega in realtà un uragano di emozioni e di frenesia che in quel periodo travolgeva me, la sorella di D., sua madre e lo stesso D. Credo che sia questo il motivo per cui non ricordo niente del periodo in cui lavoravo al CRT di Milano. Ero solo per gli esserini, ero il loro tramite per arrivare sul pianeta terra.
Questo che scrivo sembra scritto da una matta esaltata, ma in fondo io credo che sia così in generale per tutte le idee, non sono nostre, arrivano da non so dove e ci usano per scendere qui, siamo solo il tramite. Siamo il tramite dei pensieri, siamo portatori di amore o di odio, di grandi e piccole idee, siamo trasformatori o conduttori.

Così avevo realizzato tanti pupazzi storti, alcuni senza un occhio, senza un braccio, alcuni grandissimi, alcuni piccolissimi, fatti con i maglioni, giacche vecchie e felpe rotte. Ma tutti con un cuore di sasso.
Li trovavo bellissimi. Volevo che qualcuno li vedesse e così assieme alla sorella di D. abbiamo partecipato alla fiera del paese dove viveva, ci hanno dato una stanza del comune e lì abbiamo installato la prima mostra degli esserini.
Il nome esserini l'ho deciso proprio per quella mostra.

venerdì 21 agosto 2015

La casa



Così con Milano avevo chiuso definitivamente.
Tornavo a casa ancora una volta, ma adesso volevo andare a vivere con D. in una casa per conto nostro, ormai eravamo assieme da parecchi anni, D. lavorava come cuoco dai miei genitori, io non potevo più sopportare di vivere nel ristorante e così era giunto il momento di trovare una casa, secondo me era naturale e giusto. Ma non era lo stesso per D.
D. aveva una famiglia molto tradizionalista un padre che decideva per i figli e per i figli dei figli, come era stato sempre da diverse generazioni.
Quindi per D. era molto difficile spezzare questa tradizione, significava mettersi contro il padre e prendere in mano la propria vita, io non mi rendevo tanto conto di questo suo dramma, per me era naturale poter fare e decidere liberamente e così insistevo con D. che però non mi parlava chiaramente, non mi spiegava.
Così andavo avanti a cercare una casa fino al momento in cui vennero i genitori di D. a spiegarmi che dalla sua nascita era già stato deciso che quando si sarebbe sposato sarebbe andato a vivere nella loro casa, che era stata costruita appositamente per questo scopo, il piano superiore era predisposto per essere diviso in un appartamento indipendente e loro avrebbero vissuto al piano inferiore.
D. era diviso tra le due cose e si sentiva male. Mi diceva cose del tipo: ma quella è la mia casa l'hanno costruita per me!
Ma io non ho proprio potuto andare a vivere lì. Mi vedevo già impiccata al lampadario, grassa come una scrofa.
Inoltre non era mia intenzione sposarmi e questo che per me era un dettaglio di poco conto, per loro era un punto fondamentale da risolvere.
Insomma ero incastrata in una brutta faccenda.
Però in quel periodo mi salvava il fatto che ero libera nella testa e queste faccende non mi toccavano, non le reputavo importanti, così procedevo leggera come una farfalla, senza darmi peso.
Nel frattempo si era liberata una casa al piano superiore della casa di mia nonna, era la casa dove aveva vissuto mia madre da bambina, che mia nonna aveva diviso in due appartamenti.
E così, non ricordo come feci a convincere tutti, ma in poco tempo ci trasferimmo nella casa dove mia madre era nata.
La casa era bella, era una vecchia casa di campagna, luminosa e grande e dalla finestra si vedeva la campagna e il campanile, c'era un grande giardino e l'aia.
Di fianco all'aia c'era anche una piccola casina che forse un tempo era un casotto per gli attrezzi che era stato restaurato e ci viveva un'inquilina anziana che si chiamava Eva.
Sotto di noi c'era mia nonna.
La signora Eva era sola, e così spesso l'andavo a trovare e parlavamo tanto, un giorno prima di uscire ho rimesso la sedia che avevo usato sotto al tavolo e lei ha detto: No, No che se no non torni più!
E poi mi ha spiegato che quando vai a trovare qualcuno e usi la sedia non devi rimetterla sotto il tavolo perché significa che non vuoi più tornare in quel posto. Così non l'ho più rimessa a posto.
Mia nonna era gelosa della Eva perché voleva che andassi da lei, così ero contesa da due vecchie. Io mi divertivo con loro e a volte ci sedevamo tutte e tre nell'aia a parlare. A volte veniva anche un'amica di mia nonna ed eravamo in quattro.
Io stavo bene.
La mia casa era davvero bella e credo che anche D. stesse bene, ma a distanza di tempo non so più capire bene cosa provasse veramente, D. era molto chiuso e difficilmente manifestava quello che provava, sembrava andasse tutto bene, ma oggi non so proprio cosa dire al riguardo.


Nel frattempo mi ero presentata come grafica al Teatro Stabile di Parma.
Adesso avevo un buon curriculum, avendo lavorato per GBC a Roma e per diversi anni a Milano per il CRT, che erano entrambi nomi importanti nel mondo teatrale.
Ero felice.
Mi piaceva Parma, mi piaceva la mia casa, mi piaceva fare il mio lavoro.
Ero relativamente sana di mente.
Così andavo spesso avanti e indietro per Parma con la macchina, mi assegnavano i lavori e a casa progettavo le varie locandine o programmi di sala e poi tornavo a presentarli.

mercoledì 19 agosto 2015

Mamma

Alla mattina dopo aver bevuto il caffè esco in giardino, mi siedo e penso alle cose che devo fare, a come stanno andando le cose, al mio corpo che ha sempre dolori in varie parti.
Penso ai gattini, a tutto.
Ma adesso, da un po' di tempo, penso al fatto che non ti posso più parlare, a volte scatto in piedi perché il mio cervello mi suggerisce di provare a telefonarti.
Ma io non ho il numero.
Allora si apre la voragine che mi crea il senso di vertigine, non ti posso più parlare, non posso più sentire la tua voce.
Le tue mani.
Non possiamo più ridere delle battute che fai.
Nessuno più mi chiama: la mia bambina, nessuno più mi chiamerà così.
Mi manca arrivare e vederti aspettare me.
A volte il mio corpo è il tuo stesso corpo, a volte la mia voce è la tua stessa voce.
Ma non è la stessa cosa.
Manca e sempre mancherà, fino a sempre.
Una vita a cercarti a desiderarti, per arrivare ad averti solo adesso che eri immobile e fragile come un vaso di vetro, senza aria per respirare. Così adesso ti potevo abbracciare senza il pudore, adesso ti potevo avere per me come non era mai stato possibile.
Adesso eri un po' tu la mia bambina e ai dottori mi sbagliavo e dicevo: sono la madre di...
Adesso ho il tempo per ricordare tutte le parole, di ricordare bene per trovare un messaggio, un senso.
Ti sei preparata e come hai fatto tutta la vita sei partita senza dare noia a nessuno, per non pesare, per non dare fastidi.
Mi hai detto: Mi sento forte, mi sento una forza incredibile dentro, da oggi tutto cambierà, distruggo tutto, ricomincio tutto da capo.
Spero che sia così, spero che sia possibile e che tu sia riuscita a ricominciare tutto da capo.
Mamma.

lunedì 3 agosto 2015

P.



Adesso parlerò di P.
Non potevo descriverla nel ricordo di quegli anni, perché non c'era ricordo.

Così parlerò di P. per come l'ho conosciuta dopo.

Come ho scritto P. è una fotografa, e ci tengo a ribadire questo concetto perché questo non è un lavoro, è una condizione dell'anima.
Lei è fotografa sempre, anche senza la macchina fotografica.

P. è una donna difficile da conoscere e da descrivere.
Come le cose più belle, ci vogliono anni per scoprire come sono fatte realmente, per apprezzarne realmente la vera essenza.
E' sempre una sorpresa, perché alcuni aspetti del suo carattere, della sua vera natura, li ho conosciuti solo ultimamente e la conosco da quasi 20 anni!
Un po' come quelle musiche che quando le ascolti la prima volta non le capisci, la seconda volta senti alcuni dettagli, poi sempre di più, fino a capire che sono pezzi di cui non ti stancherai mai, perché così complessi da regalarti sempre nuove emozioni.

P. difficilmente si mostra, la sua essenza la vedi dentro le sue foto.
Per lei credo sia difficile mostrarsi, aprire per fare entrare.
Quindi quello che si riesce a scoprire si intravede solo in certi momenti, quando si distrae.
La sua vera natura è estremamente dolce e accogliente, femminile e materna, una natura morbida.
P. appare molto più dura di quello che è in realtà, a volte inganna, ma a me non mi inganna più e le voglio bene per questo. Perché la sua durezza è in realtà un muro difensivo per proteggere una natura delicata.

Io e P. dopo gli anni al CRT ci siamo perse di vista per un lungo periodo, poi ci siamo ritrovate e abbiamo cominciato a lavorare insieme a vari progetti, che ogni volta ci inventavamo.
Ma ne parlerò più avanti. Il nostro modo di lavorare insieme si è perfezionato negli anni, e lavorare insieme ci ha fa fatto comunicare in modo diverso.

Io so che P. leggerà queste cose che ho scritto.
Un po' ho paura.
Ma un po' no.

CRT di milano



Ieri sera pensavo, che questo mio esperimento è difficilissimo perché racconto il passato, ma nel frattempo la mia vita va avanti, e quindi non riuscirò mai ad arrivare al presente attuale, ma in questo modo ho anche scoperto che il presente attuale non esiste perché per quanto io cerchi di rincorrerlo lui fugge subito via. Inoltre ho anche pensato che la maggior parte delle cose che sto vivendo le dimenticherò, perché la memoria è come un disco che viene continuamente riscritto con nuove informazioni, tante informazioni vecchie vanno perse aggiungendo delle nuove informazioni che a loro volta verranno cancellate dalle nuove arrivate.
Comunque cercando di non impazzire, vado avanti con i ricordi che mi sono rimasti del passato e vediamo cosa succede.

La fotografa

In questa parte della mia vita parlerò di quando dopo alcuni anni passati a lavorare per la compagnia di GBC di Roma, sono passata a lavorare per il CRT di Milano, un centro di ricerca teatrale che produceva diversi spettacoli italiani.
Di questa parte della mia vita in realtà non ricordo quasi più niente, c'è come un buco nero, come se in quegli anni non fossi esistita.
Però ne voglio parlare perché in quel periodo ho conosciuto una persona che ancora frequento e con cui sto ancora lavorando, una persona importante della mia vita.
Lei si chiama P.
E' una fotografa.
Ha la mia stessa età e quando l'ho conosciuta faceva le foto di scena e io dovevo occuparmi di tutta la parte grafica relativa alle produzioni del CRT.
Eravamo giovani.
Quando ho detto a P. che stavo scrivendo la storia della mia vita, lei mi ha detto: racconta di quel giorno in cui mi hai regalato una rosa perché era il mio compleanno.
Ma io non mi ricordo.
Io non avevo mai lavorato a stretto contatto con un fotografo e non sapevo cosa significasse, così quando P. mi dava le sue foto, io le tagliavo tutte, oppure le modificavo, le dipingevo.
Poi ho capito che non si doveva fare.
P. mi ha fatto capire chiaramente che non lo dovevo fare.
Mai più.
E infatti non lo faccio più.

Scrivo ora le uniche cose che ricordo di quel periodo:
Un giorno ho litigato così tanto con il direttore del CRT che poi mi veniva da piangere, era durante una riunione, in quell'occasione P. mi ha calmata e mi ha detto che non dovevo fare così, mi ha consolata.
Poi ricordo una sera che sono stata ospite a casa di P. e il suo fidanzato di quel periodo, mi ricordo che P. aveva cucinato un pesce e io l'avevo spinato, perché avendo sempre lavorato al ristorante lo sapevo fare e P. si era stupita di questa mia abilità nascosta.
Poi ricordo che un giorno ho regalato a lei e al suo fidanzato una maglietta dipinta a mano da me stessa.
L'ultimo, e più bel ricordo di quei giorni, è relativo al fatto che il CRT cambiava sede e si sarebbe trasferito al Teatro dell'Arte di fianco alla Triennale e io e P. abbiamo passato un'intera giornata dentro al teatro dismesso, da sole, a fare le foto. Quel giorno è stato bellissimo e un po' magico, ha anche suggellato per sempre la fine della mia collaborazione con il CRT, però le foto erano belle e non sono mai state usate.

Questi sono gli unici ricordi che ho di quel periodo, che forse è durato anni, non so più nemmeno quanto tempo è durato. I ricordi che mi sono rimasti sono come dei flash, delle foto, appunto. Oppure come quando si dimentica un sogno e rimangono solo delle sensazioni, alcune immagini.

giovedì 30 luglio 2015

Non c'è bisogno


L'arte è una forma di cura, la è sempre stata per tutti gli artisti, anche i più grandi. L'arte cura perché la bellezza cura l'anima. Lenisce il bisogno di bello in un mondo che ci vuole abituare al brutto. Per rimanere integri bisogna essere sempre vigili, un pensiero inquinato da cazzate può avvelenarci lentamente e farci credere di essere sbagliati.
Facile è ingannarsi.
L'ecologia del pensiero, richiede grandi sforzi, grande lucidità e rigore.
E' facile ingannarsi.
Noi non abbiamo bisogno di niente, questa cosa è molto importante e profondamente ecologica. Non si tratta di inquinare il pianeta, non si tratta di un gesto, è un pensiero, nel momento in cui il pensiero è forte, ogni azione diventa forte.
L'arte è forte perché non ha bisogno di niente.
Non c'è bisogno di fama.
Non c'è bisogno di gloria.
Non c'è bisogno.

martedì 28 luglio 2015

Un foglio di carta




Nel periodo in cui ho lavorato a Roma per realizzare l'immagine dello spettacolo "La Dodicesima Notte" di Corsetti, dovevo collaborare con il fotografo che faceva le foto di scena.
Un giorno il regista mi disse di chiedere al fotografo le foto che mi servivano per la brochure, le foto dovevamo essere fatte in pose specifiche che servivano per l'impaginato.
Io ero alla mia prima esperienza di lavoro e non sapevo che esistevano certi assurdi meccanismi e così molto ingenuamente chiesi al fotografo di fare le foto che mi servivano.
Il fotografo però era un signore di circa sessant'anni, un noto fotografo romano. Così fece le foto ma con un atteggiamento un po' rabbioso. Dopo qualche giorno andai a casa sua per ritirare le foto e me la fece pagare.
Quando entrai cominciò a rimproverarmi, dicendomi: Chi ti credi di essere? Io sono un grande fotografo, ho lavorato con questo e quest'altro, sono famoso, e tu mi ordini di fare delle foto come vuoi tu, ma tu non sei niente, sei solo un foglio di carta...
Questo rimprovero continuò per un tempo che mi sembrò interminabile.
Poi tornai a casa di mia sorella con le foto in mano e nella testa continuava a risuonarmi la frase: Sei solo un foglio di carta.
Un po' c'ero stata male ma la cosa che più mi confondeva era la faccenda del foglio di carta, non capivo che razza di offesa fosse paragonare una persona a un foglio di carta. Poi il fidanzato di mia sorella mi spiegò che era come dire che ero leggera e inconsistente come un foglio che vola via.
Ogni tanto anch'io adesso pensando a certe persone le paragono a un foglio di carta.

sabato 25 luglio 2015

La vita è sempre e comunque meravigliosa


Ieri pensavo a diverse persone che conosco, con cui ho parlato recentemente, alcune di loro mi parlano di eventi tristi, a volte anche luttuosi, mi parlano di dolore, altre mi parlano di speranza, di guarigione, di amore, di fiducia, di paura. Potrei continuare con una lista molto lunga e così mi costringo a fermarmi.
Ieri sera ci pensavo a tutte queste persone e il mio sentimento era bello, nonostante tutto, il mio sentimento era bello, la sensazione era vitale. 
Il dolore come la gioia è vitale, è vita.
Ogni azione, come quella semplice di spostare un oggetto, di farsi scaldare dal sole, di toccare qualcosa o di guardare intensamente un gatto è così potente e vitale da farmi pensare sempre e comunque a quanto sia meraviglioso esserci.
E come ogni attimo sia infinito di per sé.
Continuerò a scrivere il mio diario perché è importante e il mio esperimento non può finire ancora.
Una mia amica ieri mi diceva: Ognuno passa attraverso delle prove e le prove che vive sono difficili quanto le può sopportare, per questo motivo alcune persone hanno prove più difficili e altre più lievi.

La differenza sta nell'arresa.