Così con Milano avevo chiuso definitivamente.
Tornavo a casa ancora una volta, ma adesso volevo andare a vivere con D. in una casa per conto nostro, ormai eravamo assieme da parecchi anni, D. lavorava come cuoco dai miei genitori, io non potevo più sopportare di vivere nel ristorante e così era giunto il momento di trovare una casa, secondo me era naturale e giusto. Ma non era lo stesso per D.
D. aveva una famiglia molto tradizionalista un padre che decideva per i figli e per i figli dei figli, come era stato sempre da diverse generazioni.
Quindi per D. era molto difficile spezzare questa tradizione, significava mettersi contro il padre e prendere in mano la propria vita, io non mi rendevo tanto conto di questo suo dramma, per me era naturale poter fare e decidere liberamente e così insistevo con D. che però non mi parlava chiaramente, non mi spiegava.
Così andavo avanti a cercare una casa fino al momento in cui vennero i genitori di D. a spiegarmi che dalla sua nascita era già stato deciso che quando si sarebbe sposato sarebbe andato a vivere nella loro casa, che era stata costruita appositamente per questo scopo, il piano superiore era predisposto per essere diviso in un appartamento indipendente e loro avrebbero vissuto al piano inferiore.
D. era diviso tra le due cose e si sentiva male. Mi diceva cose del tipo: ma quella è la mia casa l'hanno costruita per me!
Ma io non ho proprio potuto andare a vivere lì. Mi vedevo già impiccata al lampadario, grassa come una scrofa.
Inoltre non era mia intenzione sposarmi e questo che per me era un dettaglio di poco conto, per loro era un punto fondamentale da risolvere.
Insomma ero incastrata in una brutta faccenda.
Però in quel periodo mi salvava il fatto che ero libera nella testa e queste faccende non mi toccavano, non le reputavo importanti, così procedevo leggera come una farfalla, senza darmi peso.
Nel frattempo si era liberata una casa al piano superiore della casa di mia nonna, era la casa dove aveva vissuto mia madre da bambina, che mia nonna aveva diviso in due appartamenti.
E così, non ricordo come feci a convincere tutti, ma in poco tempo ci trasferimmo nella casa dove mia madre era nata.
La casa era bella, era una vecchia casa di campagna, luminosa e grande e dalla finestra si vedeva la campagna e il campanile, c'era un grande giardino e l'aia.
Di fianco all'aia c'era anche una piccola casina che forse un tempo era un casotto per gli attrezzi che era stato restaurato e ci viveva un'inquilina anziana che si chiamava Eva.
Sotto di noi c'era mia nonna.
La signora Eva era sola, e così spesso l'andavo a trovare e parlavamo tanto, un giorno prima di uscire ho rimesso la sedia che avevo usato sotto al tavolo e lei ha detto: No, No che se no non torni più!
E poi mi ha spiegato che quando vai a trovare qualcuno e usi la sedia non devi rimetterla sotto il tavolo perché significa che non vuoi più tornare in quel posto. Così non l'ho più rimessa a posto.
Mia nonna era gelosa della Eva perché voleva che andassi da lei, così ero contesa da due vecchie. Io mi divertivo con loro e a volte ci sedevamo tutte e tre nell'aia a parlare. A volte veniva anche un'amica di mia nonna ed eravamo in quattro.
Io stavo bene.
La mia casa era davvero bella e credo che anche D. stesse bene, ma a distanza di tempo non so più capire bene cosa provasse veramente, D. era molto chiuso e difficilmente manifestava quello che provava, sembrava andasse tutto bene, ma oggi non so proprio cosa dire al riguardo.
Nel frattempo mi ero presentata come grafica al Teatro Stabile di Parma.
Adesso avevo un buon curriculum, avendo lavorato per GBC a Roma e per diversi anni a Milano per il CRT, che erano entrambi nomi importanti nel mondo teatrale.
Ero felice.
Mi piaceva Parma, mi piaceva la mia casa, mi piaceva fare il mio lavoro.
Ero relativamente sana di mente.
Così andavo spesso avanti e indietro per Parma con la macchina, mi assegnavano i lavori e a casa progettavo le varie locandine o programmi di sala e poi tornavo a presentarli.

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