lunedì 31 agosto 2015

Livio



Era il 1996.
E' l'unica data che ricordo con precisione perché un anno dopo è nato mio figlio.
La data di nascita di mio figlio scandisce il prima e il dopo.
Come la nascita di Cristo.
Quindi dalla sua nascita in poi è stato: un anno dopo Elia o un anno prima di Elia.
Questo è stato in assoluto il più immaginifico, fertile e vitale periodo della mia vita. Tutto mi sembrava possibile e non passava giorno che non avessi idee, progetti, fame di vita.

Il mio lavoro al Teatro Due di Parma consisteva come sempre nel progettare l'immagine delle nuove produzioni teatrali e in generale tutta l'immagine del teatro, le varie stagioni, i festival.
L'ambiente teatrale è bizzarro e pieno di contraddizioni, soprattutto i teatri stabili, hanno al loro interno figure di potere che si sentono elette dal Dio dei teatri, all'interno di queste strutture si creano mostri, persone invidiose, altre sofferenti, assurdi abusi di potere, il mio lavoro però mi consentiva di restare fuori da queste dinamiche e spesso osservavo un po' sbalordita certe scenate.
Ricordo però alcune persone belle, di cui parlerò più avanti e in modo più approfondito.
Adesso devo parlare di altre cose.
Lavoravo a stretto contatto con l'ufficio stampa che era gestito da ragazze che avevano circa la mia età, mi piaceva stare con loro, ho imparato tanto da loro: come si fa un comunicato stampa, come promuovere gratuitamente un evento sui quotidiani, anche i più famosi senza spendere un centesimo, come presentare un progetto o un evento ai giornalisti per fare in modo che venga pubblicato come una notizia ecc...
Una delle ragazze, era molto in gamba e determinata, MG riusciva a contattare chiunque, diceva che nessuno è irraggiungibile e in effetti mi ha dimostrato che è vero. Lavorava con lei sua cugina, che aveva un carattere molto diverso e a me sembrava una persona bellissima, S. era dolce, pacata e gentile.
Siamo diventate amiche.
Molto amiche.
Nel giro di pochi mesi immaginavamo già di poter lavorare da sole noi tre, di aprire un'agenzia di comunicazione, però per il momento erano solo sogni.
Io come sempre andavo a Parma con la macchina e alla sera tornavo a casa.

D. continuava a lavorare dai miei genitori e a suonare la chitarra.
Io volevo un bambino, ma D. non lo voleva, diceva che era troppo presto, così sono andata al canile di Mantova e ho preso un cane. Quando sono andata al canile ho chiesto un cane mite che non desse fastidio a mia nonna e alla Eva, e mi hanno indicato un cagnolino impaurito marrone, che veniva spesso picchiato dagli altri cani e che non lo lasciavano magiare, mi hanno detto: si chiama Livio.
Io l'ho amato subito e l'ho preso, l'ho portato a casa, ha vomitato tutto il viaggio.
Livio era il cane più mite e adorabile della terra.

venerdì 28 agosto 2015

esserini



Mi risulta difficilissimo mettere in ordine temporale gli avvenimenti e credo di aver dimenticato una parte fondamentale del puzzle.
Nel periodo in cui lavoravo a Milano andavo avanti e indietro in treno, un giorno mentre viaggiavo in una sorta di dormiveglia ho avuto come un'illuminazione, nella testa mi sono arrivati gli esserini. 
Io credo davvero che siano venuti da soli, perché ero così agitata e avevo una grande frenesia da non riuscire a stare seduta. Ho immaginato qualcosa che potesse parlare all'anima delle persone, alla parte infantile delle persone. Da quel giorno ho cominciato a disegnare freneticamente e continuamente, come se dovessero uscire fuori dalla mia testa queste creature. Avevo anche studiato un sistema per disegnare senza pensiero, così mentre telefonavo o parlavo con qualcuno la mia mano continuava a disegnare. Le immagini che uscivano erano sorprendenti e diverse dal mio solito modo di disegnare.
Ma non mi bastava, volevo renderli tridimensionali, volevo che prendessero forma, che si potessero tenere in mano, così siccome in quel periodo frequentavo spesso la sorella di D. che era brava a cucire, le chiesi se aveva voglia di provare a trasformare i disegni in pupazzi di stoffa.
La sorella di D. era giovane ma brava e determinata, mi seguiva fiduciosa nel mio progetto visionario. Ricordo che fin da allora le dicevo che questa era un'idea potente e che avrebbe avuto successo, ne ero sicura.
Prendemmo i disegni e realizzammo i pupazzi esattamente come erano stati disegnati, quindi se nel disegno l'esserino era storto o senza una gamba perché finiva il foglio, veniva realizzato così. Il risultato era per me meraviglioso erano identici ai disegni! Erano come usciti dal foglio.
Erano così vivi che volevo renderli ancora più veri, volevo mettergli un cuore, un'anima, così decisi di mettergli un sasso al posto del cuore.
Tutto questo che scrivo così in poche righe, spiega in realtà un uragano di emozioni e di frenesia che in quel periodo travolgeva me, la sorella di D., sua madre e lo stesso D. Credo che sia questo il motivo per cui non ricordo niente del periodo in cui lavoravo al CRT di Milano. Ero solo per gli esserini, ero il loro tramite per arrivare sul pianeta terra.
Questo che scrivo sembra scritto da una matta esaltata, ma in fondo io credo che sia così in generale per tutte le idee, non sono nostre, arrivano da non so dove e ci usano per scendere qui, siamo solo il tramite. Siamo il tramite dei pensieri, siamo portatori di amore o di odio, di grandi e piccole idee, siamo trasformatori o conduttori.

Così avevo realizzato tanti pupazzi storti, alcuni senza un occhio, senza un braccio, alcuni grandissimi, alcuni piccolissimi, fatti con i maglioni, giacche vecchie e felpe rotte. Ma tutti con un cuore di sasso.
Li trovavo bellissimi. Volevo che qualcuno li vedesse e così assieme alla sorella di D. abbiamo partecipato alla fiera del paese dove viveva, ci hanno dato una stanza del comune e lì abbiamo installato la prima mostra degli esserini.
Il nome esserini l'ho deciso proprio per quella mostra.

venerdì 21 agosto 2015

La casa



Così con Milano avevo chiuso definitivamente.
Tornavo a casa ancora una volta, ma adesso volevo andare a vivere con D. in una casa per conto nostro, ormai eravamo assieme da parecchi anni, D. lavorava come cuoco dai miei genitori, io non potevo più sopportare di vivere nel ristorante e così era giunto il momento di trovare una casa, secondo me era naturale e giusto. Ma non era lo stesso per D.
D. aveva una famiglia molto tradizionalista un padre che decideva per i figli e per i figli dei figli, come era stato sempre da diverse generazioni.
Quindi per D. era molto difficile spezzare questa tradizione, significava mettersi contro il padre e prendere in mano la propria vita, io non mi rendevo tanto conto di questo suo dramma, per me era naturale poter fare e decidere liberamente e così insistevo con D. che però non mi parlava chiaramente, non mi spiegava.
Così andavo avanti a cercare una casa fino al momento in cui vennero i genitori di D. a spiegarmi che dalla sua nascita era già stato deciso che quando si sarebbe sposato sarebbe andato a vivere nella loro casa, che era stata costruita appositamente per questo scopo, il piano superiore era predisposto per essere diviso in un appartamento indipendente e loro avrebbero vissuto al piano inferiore.
D. era diviso tra le due cose e si sentiva male. Mi diceva cose del tipo: ma quella è la mia casa l'hanno costruita per me!
Ma io non ho proprio potuto andare a vivere lì. Mi vedevo già impiccata al lampadario, grassa come una scrofa.
Inoltre non era mia intenzione sposarmi e questo che per me era un dettaglio di poco conto, per loro era un punto fondamentale da risolvere.
Insomma ero incastrata in una brutta faccenda.
Però in quel periodo mi salvava il fatto che ero libera nella testa e queste faccende non mi toccavano, non le reputavo importanti, così procedevo leggera come una farfalla, senza darmi peso.
Nel frattempo si era liberata una casa al piano superiore della casa di mia nonna, era la casa dove aveva vissuto mia madre da bambina, che mia nonna aveva diviso in due appartamenti.
E così, non ricordo come feci a convincere tutti, ma in poco tempo ci trasferimmo nella casa dove mia madre era nata.
La casa era bella, era una vecchia casa di campagna, luminosa e grande e dalla finestra si vedeva la campagna e il campanile, c'era un grande giardino e l'aia.
Di fianco all'aia c'era anche una piccola casina che forse un tempo era un casotto per gli attrezzi che era stato restaurato e ci viveva un'inquilina anziana che si chiamava Eva.
Sotto di noi c'era mia nonna.
La signora Eva era sola, e così spesso l'andavo a trovare e parlavamo tanto, un giorno prima di uscire ho rimesso la sedia che avevo usato sotto al tavolo e lei ha detto: No, No che se no non torni più!
E poi mi ha spiegato che quando vai a trovare qualcuno e usi la sedia non devi rimetterla sotto il tavolo perché significa che non vuoi più tornare in quel posto. Così non l'ho più rimessa a posto.
Mia nonna era gelosa della Eva perché voleva che andassi da lei, così ero contesa da due vecchie. Io mi divertivo con loro e a volte ci sedevamo tutte e tre nell'aia a parlare. A volte veniva anche un'amica di mia nonna ed eravamo in quattro.
Io stavo bene.
La mia casa era davvero bella e credo che anche D. stesse bene, ma a distanza di tempo non so più capire bene cosa provasse veramente, D. era molto chiuso e difficilmente manifestava quello che provava, sembrava andasse tutto bene, ma oggi non so proprio cosa dire al riguardo.


Nel frattempo mi ero presentata come grafica al Teatro Stabile di Parma.
Adesso avevo un buon curriculum, avendo lavorato per GBC a Roma e per diversi anni a Milano per il CRT, che erano entrambi nomi importanti nel mondo teatrale.
Ero felice.
Mi piaceva Parma, mi piaceva la mia casa, mi piaceva fare il mio lavoro.
Ero relativamente sana di mente.
Così andavo spesso avanti e indietro per Parma con la macchina, mi assegnavano i lavori e a casa progettavo le varie locandine o programmi di sala e poi tornavo a presentarli.

mercoledì 19 agosto 2015

Mamma

Alla mattina dopo aver bevuto il caffè esco in giardino, mi siedo e penso alle cose che devo fare, a come stanno andando le cose, al mio corpo che ha sempre dolori in varie parti.
Penso ai gattini, a tutto.
Ma adesso, da un po' di tempo, penso al fatto che non ti posso più parlare, a volte scatto in piedi perché il mio cervello mi suggerisce di provare a telefonarti.
Ma io non ho il numero.
Allora si apre la voragine che mi crea il senso di vertigine, non ti posso più parlare, non posso più sentire la tua voce.
Le tue mani.
Non possiamo più ridere delle battute che fai.
Nessuno più mi chiama: la mia bambina, nessuno più mi chiamerà così.
Mi manca arrivare e vederti aspettare me.
A volte il mio corpo è il tuo stesso corpo, a volte la mia voce è la tua stessa voce.
Ma non è la stessa cosa.
Manca e sempre mancherà, fino a sempre.
Una vita a cercarti a desiderarti, per arrivare ad averti solo adesso che eri immobile e fragile come un vaso di vetro, senza aria per respirare. Così adesso ti potevo abbracciare senza il pudore, adesso ti potevo avere per me come non era mai stato possibile.
Adesso eri un po' tu la mia bambina e ai dottori mi sbagliavo e dicevo: sono la madre di...
Adesso ho il tempo per ricordare tutte le parole, di ricordare bene per trovare un messaggio, un senso.
Ti sei preparata e come hai fatto tutta la vita sei partita senza dare noia a nessuno, per non pesare, per non dare fastidi.
Mi hai detto: Mi sento forte, mi sento una forza incredibile dentro, da oggi tutto cambierà, distruggo tutto, ricomincio tutto da capo.
Spero che sia così, spero che sia possibile e che tu sia riuscita a ricominciare tutto da capo.
Mamma.

lunedì 3 agosto 2015

P.



Adesso parlerò di P.
Non potevo descriverla nel ricordo di quegli anni, perché non c'era ricordo.

Così parlerò di P. per come l'ho conosciuta dopo.

Come ho scritto P. è una fotografa, e ci tengo a ribadire questo concetto perché questo non è un lavoro, è una condizione dell'anima.
Lei è fotografa sempre, anche senza la macchina fotografica.

P. è una donna difficile da conoscere e da descrivere.
Come le cose più belle, ci vogliono anni per scoprire come sono fatte realmente, per apprezzarne realmente la vera essenza.
E' sempre una sorpresa, perché alcuni aspetti del suo carattere, della sua vera natura, li ho conosciuti solo ultimamente e la conosco da quasi 20 anni!
Un po' come quelle musiche che quando le ascolti la prima volta non le capisci, la seconda volta senti alcuni dettagli, poi sempre di più, fino a capire che sono pezzi di cui non ti stancherai mai, perché così complessi da regalarti sempre nuove emozioni.

P. difficilmente si mostra, la sua essenza la vedi dentro le sue foto.
Per lei credo sia difficile mostrarsi, aprire per fare entrare.
Quindi quello che si riesce a scoprire si intravede solo in certi momenti, quando si distrae.
La sua vera natura è estremamente dolce e accogliente, femminile e materna, una natura morbida.
P. appare molto più dura di quello che è in realtà, a volte inganna, ma a me non mi inganna più e le voglio bene per questo. Perché la sua durezza è in realtà un muro difensivo per proteggere una natura delicata.

Io e P. dopo gli anni al CRT ci siamo perse di vista per un lungo periodo, poi ci siamo ritrovate e abbiamo cominciato a lavorare insieme a vari progetti, che ogni volta ci inventavamo.
Ma ne parlerò più avanti. Il nostro modo di lavorare insieme si è perfezionato negli anni, e lavorare insieme ci ha fa fatto comunicare in modo diverso.

Io so che P. leggerà queste cose che ho scritto.
Un po' ho paura.
Ma un po' no.

CRT di milano



Ieri sera pensavo, che questo mio esperimento è difficilissimo perché racconto il passato, ma nel frattempo la mia vita va avanti, e quindi non riuscirò mai ad arrivare al presente attuale, ma in questo modo ho anche scoperto che il presente attuale non esiste perché per quanto io cerchi di rincorrerlo lui fugge subito via. Inoltre ho anche pensato che la maggior parte delle cose che sto vivendo le dimenticherò, perché la memoria è come un disco che viene continuamente riscritto con nuove informazioni, tante informazioni vecchie vanno perse aggiungendo delle nuove informazioni che a loro volta verranno cancellate dalle nuove arrivate.
Comunque cercando di non impazzire, vado avanti con i ricordi che mi sono rimasti del passato e vediamo cosa succede.

La fotografa

In questa parte della mia vita parlerò di quando dopo alcuni anni passati a lavorare per la compagnia di GBC di Roma, sono passata a lavorare per il CRT di Milano, un centro di ricerca teatrale che produceva diversi spettacoli italiani.
Di questa parte della mia vita in realtà non ricordo quasi più niente, c'è come un buco nero, come se in quegli anni non fossi esistita.
Però ne voglio parlare perché in quel periodo ho conosciuto una persona che ancora frequento e con cui sto ancora lavorando, una persona importante della mia vita.
Lei si chiama P.
E' una fotografa.
Ha la mia stessa età e quando l'ho conosciuta faceva le foto di scena e io dovevo occuparmi di tutta la parte grafica relativa alle produzioni del CRT.
Eravamo giovani.
Quando ho detto a P. che stavo scrivendo la storia della mia vita, lei mi ha detto: racconta di quel giorno in cui mi hai regalato una rosa perché era il mio compleanno.
Ma io non mi ricordo.
Io non avevo mai lavorato a stretto contatto con un fotografo e non sapevo cosa significasse, così quando P. mi dava le sue foto, io le tagliavo tutte, oppure le modificavo, le dipingevo.
Poi ho capito che non si doveva fare.
P. mi ha fatto capire chiaramente che non lo dovevo fare.
Mai più.
E infatti non lo faccio più.

Scrivo ora le uniche cose che ricordo di quel periodo:
Un giorno ho litigato così tanto con il direttore del CRT che poi mi veniva da piangere, era durante una riunione, in quell'occasione P. mi ha calmata e mi ha detto che non dovevo fare così, mi ha consolata.
Poi ricordo una sera che sono stata ospite a casa di P. e il suo fidanzato di quel periodo, mi ricordo che P. aveva cucinato un pesce e io l'avevo spinato, perché avendo sempre lavorato al ristorante lo sapevo fare e P. si era stupita di questa mia abilità nascosta.
Poi ricordo che un giorno ho regalato a lei e al suo fidanzato una maglietta dipinta a mano da me stessa.
L'ultimo, e più bel ricordo di quei giorni, è relativo al fatto che il CRT cambiava sede e si sarebbe trasferito al Teatro dell'Arte di fianco alla Triennale e io e P. abbiamo passato un'intera giornata dentro al teatro dismesso, da sole, a fare le foto. Quel giorno è stato bellissimo e un po' magico, ha anche suggellato per sempre la fine della mia collaborazione con il CRT, però le foto erano belle e non sono mai state usate.

Questi sono gli unici ricordi che ho di quel periodo, che forse è durato anni, non so più nemmeno quanto tempo è durato. I ricordi che mi sono rimasti sono come dei flash, delle foto, appunto. Oppure come quando si dimentica un sogno e rimangono solo delle sensazioni, alcune immagini.